gianluca monnier
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L’opera di Monnier è prevalentemente
rivolta al video, senza però che questo mezzo identifichi
l’autore quale videasta o videoartista. Ed è proprio
questa sua peculiarità –senza il bisogno di ricorrere a
particolari metafore- a renderlo un artista multimediale vero. Non
certo perché si avvale –accostandoli- di videocamera,
azioni con affissioni di manifesti in contesti urbani e/o installazioni
–di diversi mezzi, insomma- ma soprattutto perché
l’uso del mezzo di produzione audiovisivo che egli predilige e
utilizza particolarmente bene, si riconduce a ben altra interpretazione
e fruizione/utilizzo dei mezzi della comunicazione contemporanea
generalizzata.
Molti sono oggi gli schermi che proiettano messaggi visivi cinetici e
filmici, così come molteplici sono le modalità di
utilizzo e di resa dei contenuti; dal cinema alla televisione e allo
schermo del computer, che ci apre le porte di una comunicazione
telematica, laddove il tempo viene azzerato per dare vita ad una
pià pura, libera e immediata, quanto spersonalizzata,
comunicazione.
Le opere video di Monnier sono quindi icone ibridate da una sempre
maggiore invasione dell’informazione sonora e visuale, divenendo
– all’interno del mercato dell’informazione - un
esempio paradossale di arricchimento tecnologico del mezzo di
produzione a scapito di un arricchimento dei valori.
La narrazione filmica, il videoclip, il documentario e l’influsso
della comunicazione telematica sono gli stili che Monnier usa per
definire il proprio linguaggio, senza però staccarsi mai da una
tradizione pittorica per quanto riguarda la figura e i suoi simboli.
Essi diventano messaggi personalizzati nell’elaborazione tecnica
e nella sua bravura a sospendere in qualche modo il tempo,
stigmatizzando in tal senso l’universo di Internet e la sua
infinita rete di scambio e contemplando –quasi fosse una via
d’uscita- l’universo mistico.
Negli spazi di Officinaarte l’artista presenta tre opere video,
di cui una, Warrior (2001) già mostrata in una collettiva
dal titolo Che c’è di nuovo? svoltasi al Museo cantonale
d’arte di Lugano e a Basilea in occasione di LISTE 03.
Anche qui la pièce è presentata in monitor e mostra
l’artista –sovente anche protagonista dei suoi video- che
brandisce ormai la parabola satellitare come un’arma,
un’alabarda, strumento qui usato per difendersi da ciò che
la parabola permette; cioè la comunicazione. Il video non
sviluppa una narrazione ma è quasi un clip monovisivo; e
silente, ad indicare così il grido muto e l’impotenza
dell’uomo di fronte alla dittatura della comunicazione mediatica.
Attorno a questa miniatura che dà inizio alla mostra, cresce
tutto il percorso espositivo con la presentazione di altre due opere;
Link (2000) -in proiezione su muro- e un’installazione inedita
titolata The News Bell (2003).
Anche in questi due casi, pur dando corpo ad una maggiore narrazione
attraverso un bel montaggio,
Gianluca Monnier ribadisce il suo statuto di crociato contro
l’universo mediatico, facendo uso di tagli e montaggi particolari
e schizofrenici, ripetendo più volte una scena o una sequenza e
adattando il sonoro di conseguenza e con gli stessi criteri.
Con Link -proiezione su muro- l’artista presenta un filmato
girato a Berlino, dando risalto al montaggio di riprese proprie.
“PRAY, BETA, META, LIFE, PLAY” sono parole chiave che
compaiono all’inizio del video: unico dialogo del filmato, codici
di un vano tentativo di trasformare icone in simboli. L’effetto
metafisico che l’autore riesce a trasmettere in maniera
convincente, in un’opera per così dire
“giovanile”, si ottiene grazie ad una minuziosa costruzione
dei tagli. Per la prima volta in un suo lavoro, Monnier raggiunge un
equilibrio tra immagine e sonoro, tra copione e libera espressione.
The News Bell è un’opera nuova, un’installazione
sonora. Essa è l’accostamento e assemblaggio di parabole
satellitari a disegnare la forma di una campana appesa al soffitto. Le
parabole, anziché verso l’esterno, sono rivolte
all’interno, evidenziando così
l’impossibilità di captare le informazioni e dando un
senso di incertezza e d’instabilità, d’implosione
psicologica. La campana richiama; ma è pure –nella
tradizione- uno strumento di richiamo religioso e/o del mondo della
purezza dell’anima.
La campana di Monnier, tuttavia, è muta, perché impotenti
sono gli strumenti, le parabole che permettono la propagazione e il
richiamo. Il batacchio sospeso nella campana è un monitor
penzolante nel quale l’artista proietta un suo lavoro video, che
altro non è, in gran parte, che il recupero e il montaggio di
frammenti di filmati tratti dal mondo televisivo. Il sonoro è
semplicemente una metafora elettronica –quindi falsificata- del
suono reale di una campana
Nelle insofferenti visioni di Gianluca Monnier –accostati ad una
asciutta coerenza stilistica- troviamo tutti quegli elementi
d’equilibrio quali la passioni e il pensiero.
Mario Casanova, direttore Centro d'arte Contemporanea Ticino,
Bellinzona, Svizzera